La Reggina e la Serie A: nove stagioni che hanno lasciato il segno

Nove campionati in Serie A, di cui sette consecutivi, costruiti con mezzi ridotti rispetto alla concorrenza, in anni in cui il campionato italiano era il più ambito al mondo

Renzo Ulivieri

C’è un filo sottile che lega ogni tifoso amaranto a quegli anni, un periodo della storia recente del calcio italiano in cui Reggio Calabria aveva un posto fisso tra le grandi. Nove stagioni in Serie A, di cui sette consecutive, costruite con mezzi ridotti rispetto alla concorrenza, in anni in cui il campionato italiano era il più ambito al mondo.

L’arrivo nel calcio che conta

La promozione del 1999 non fu un caso fortunato. Fu il risultato di un percorso societario lungo e travagliato, che aveva attraversato fallimenti, rifondazioni e campionati di bassa categoria. Quando la Reggina conquistò matematicamente la Serie A al Delle Alpi contro il Torino, non stava semplicemente salendo di categoria: stava entrando in un mondo che per decenni era sembrato irraggiungibile per una città come Reggio Calabria.

Il battesimo nella massima serie, nella stagione 1999-2000, fu tutt’altro che semplice. La squadra riuscì comunque a salvarsi, gettando le basi per quello che sarebbe diventato un ciclo sportivo di tutto rispetto.

Gli anni della maturità

Col passare delle stagioni la Reggina trovò un’identità precisa: una squadra difficile da affrontare, capace di alternare momenti di calcio brillante a prestazioni di pura concretezza difensiva. Il decimo posto nella stagione 2004-2005 rimane ancora oggi il miglior risultato nella storia del club in Serie A, un traguardo che testimonia quanto quella squadra fosse riuscita a imporsi non solo come comparsa nel massimo campionato, ma come realtà consolidata.

In quegli anni il Granillo diventò uno stadio ostico per chiunque. Le grandi del calcio italiano hanno perso punti a Reggio Calabria in circostanze che pochi avevano previsto, e questo non era frutto della casualità ma di un gruppo coeso, ben allenato e sorretto da un tifo tra i più caldi del panorama nazionale.

La rosa di quegli anni mescolava giocatori di esperienza a talenti internazionali di valore. Tra i nomi che i tifosi ricordano con maggiore affetto c’è Shunsuke Nakamura, centrocampista giapponese dotato di tecnica sopraffina e precisione sui calci piazzati, che a Reggio disputò alcune delle sue migliori stagioni europee prima di trasferirsi al Celtic. Ma anche Francesco Cozza, simbolo di attaccamento alla maglia, e la coppia d’attacco formata da Rolando Bianchi e Nicola Amoruso, tra le più prolifiche dell’intera Serie A nella stagione 2006-2007 con 35 reti complessive.

Il 2007: una pagina di sport difficile da dimenticare

La stagione 2006-2007 merita un discorso a parte. La Reggina si presentò ai nastri di partenza con undici punti di penalizzazione — inizialmente quindici, poi ridotti — a seguito delle vicende legate a Calciopoli. Una zavorra che avrebbe scoraggiato chiunque, eppure quella squadra guidata da Walter Mazzarri riuscì a costruire una rimonta straordinaria.

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La Reggina batté il Milan, allora campione d’Europa in carica, per due reti a zero. Fu un risultato che andò ben oltre il significato sportivo immediato: senza penalizzazione, la Reggina avrebbe chiuso quella stagione in zona Europa. Una considerazione che la dice lunga sul livello effettivo di quella squadra.

Un ciclo che ha cambiato la percezione di una città

Il 2009 segnò la fine di quel ciclo, con la retrocessione in Serie B maturata dopo una stagione al di sotto delle aspettative. Quello che rimane, però, è un patrimonio di risultati, emozioni e partite memorabili che nessuna retrocessione può cancellare.

Per chi ha vissuto quegli anni allo stadio Oreste Granillo o davanti a uno schermo, certi nomi, certi risultati e certi sabati pomeriggio appartengono a una parte precisa della propria storia personale. Ed è per questo che la Reggina in Serie A non è solo un capitolo di un almanacco sportivo, ma qualcosa di più duraturo.

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